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I’m an artist

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DIMMI CHI CONOSCI,

E TI DIRO’ CHI SEI

Usciti da una mostra, il biglietto ancora in mano e quella sensazione sottile di delusione. Siamo entrati aspettandoci di essere stupiti, affascinati o anche disgustati, e siamo usciti invece un pochino annoiati. Con il dubbio, che va tanto di moda oggi, di non aver capito perché non si è abbastanza dentro quel mondo distante e tirato a lucido che è l’arte contemporanea. E forse a volte ci mancano effettivamente le conoscenze per tracciare la vita di un’opera d’arte, fatta di numerosi rimandi e citazioni ad altri lavori, mentre a volte queste conoscenze non servirebbero comunque, perché è l’artista stesso a nascondere il significato, se ne esiste uno, arrivando perfino a negare il titolo dell’opera.

L’ex direttore della Tate di Londra William Gompertz ci ha appunto scritto un libro, What Are You Looking At, in cui ripercorre gli ultimi centocinquanta anni di storia moderna a partire dal bel giorno in cui Duchamp appese un cesso alla parete. C’è l’ “Arte Concettuale” che vuole deliziare la mente dello spettatore prima del suo occhio. Ne parla per primo Joseph Kosuth negli anni Sessanta, e ci presenta l’opera “Una e tre sedie”: una sedia vera, una foto della sedia e la scritta “sedia”. Geniale, in quanto mette in relazione e discussione la realtà e la sua rappresentazione iconica e verbale. L’ “ Arte Povera”, una corrente rappresentata da artisti italiani che si aggirano come homeless a raccattare immondizia per poi farci opere che finiscono nei musei. C’è la “Narrative Art” in cui il fotografo vuole fare lo scrittore e lo scrittore il fotografo, e allora si scambiano i due media per raccontare storie opposte. E che dire della “Performance Art”: Jackson Pollock, ad esempio, se non era arrabbiato non ci andava al lavoro.

Questi esempi bizzarri e intriganti ci mostrano come l’arte di oggi cerchi di presentare concetti piuttosto che estetiche. L’idea prevale sulla forma e valutare il peso artistico di un’opera si fa sempre più difficile. Così difficile che sorge spontaneo domandarsi quanto a volte ci sia di arte e quanto di marketing, e se questo mondo non sia alla fin fine prerogativa di una élite che dispone del tempo e del denaro necessari da dedicare non tanto all’opera, ma alla sua promozione e alla costruzione di un network di conoscenze attraverso cui far circolare il proprio nome. Perché in fondo chi è che decide cosa sia e cosa non sia arte?

Non certo lo spettatore, che se cerca suggerimenti sul significato dell’opera si ritrova davanti a un Untitled. L’artista, d’altra parte, o fa scandalo o non ne parla nessuno. E il povero curatore inesperto ed improvvisato, specie che si sta riproducendo a vista d’occhio, magari non ha ben capito cosa gli viene proposto ma per far vedere che ne capisce appende un piatto al muro, perché se quell’artista famoso dice che quel piatto è arte, vuoi mica dargli torto? Non è che a decidere cosa sia l’arte sia allora la fama, il numero di click su Google?

Duchamp, pur non avendo Instagram, questa domanda se la era già fatta quando nel 1917 presentò un urinale alla direzione della Society of Independent Artists. La stessa domanda viene posta nuovamente da Maurizio Cattelan quando nel 1990 compra 500 copie della rivista Flash Art e rimpiazza la copertina con immagini della sua opera Strategie, un castello di carta fatto dalle pagine dello stesso giornale. Consapevolezza ed ammissione di quanto a volte l’arte sia una strategia da pianificare attentamente attraverso l’utilizzo dei media, ma anche di quanto questo sistema sia fragile, un castello di carte per l’appunto.

In questa serie di dipinti Emanuele Fiore, dal tratto veloce e dal facile messaggio visivo, si interroga proprio su questi punti.
I suoi quadri sono appositamente “brutti“, a dimostrazione che la tecnica sopraffina non è più un metodo di valutazione nell’arte contemporanea.

E allora, se i meriti oggettivi non sono più presi in considerazione che cosa definisce ciò che merita di esser promosso, portato avanti? Quanto merita davvero colui che merita? Chi stabilisce cosa sia il merito? Quanto esso è davvero messo nelle condizioni di emergere e di dare frutto? Quanti sono disposti a riconoscerlo e ad entrare in sinergia con le competenze e la bravura di chi merita, determinando effetti e ricadute positive?

Ecco perché, nel mondo reale, è molto più facile favorire i mediocri e quelli che offrono concrete e rassicuranti garanzie di appartenenza a qualcosa che ci fa comodo gratificare. Il parente, l’amico, il raccomandato. Tanto più in una società composta da esseri umani fallaci e facilmente influenzabili.

L’arte è un mondo elitario, fatto di pochi e per pochi, e come tutte le lobby molto spesso si basa su raccomandazioni e conoscenze. Chi ne ha le possibilità compra trofei di cartapesta, chi non ha la stessa fortuna sgomiterà nella massa a vita senza riuscire a trovare una strada per farsi conoscere. Favore chiama favore, denaro chiama denaro. Queste le uniche regole per emergere.
La collezione I’m an artist grida e rivendica il diritto di meritocrazia perché per andare avanti non dovrebbero servire solo conoscenze e denaro da investire.

Utopia? Purtroppo si.

Per avere maggiori informazioni sulla singola opera si prega di cliccare sull’immagine di riferimento.

INTERA COLLEZIONE

Sex

Career

The witchcraft of art

Human being